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10 ottobre 2010

Una su venti (c'è disagio e disagio)

Scrivevo mesi fa in un post che il collega dell'anagrafe del comune di Arcore (provincia di Monza-Brianza) avrà molto tempo per stabilire la dimora abituale - e quindi la residenza - del capo del governo cavalier Silvio Berlusconi, che come è noto frequenta anche quel territorio.

Mai avrei immaginato che intervenisse direttamente l'interessato. E' successo sabato 2 ottobre, a Milano.

Nel resoconto sul familiare Giornale o direttamente sul video dell'ostile Repubblica (al minuto 1'05") si può sentire il nostro esibire il disagio di individuare tra le sue venti la casa in cui fissare la propria residenza una volta uscito da palazzo Chigi in Roma.

Penso a tutti questi disagi: il disagio del premier, il disagio del collega di Arcore - che ora non ha più l'eternità ma deve scegliere una dimora su venti e capire se è la "sua" - e il mio disagio: sarà mica che il premier leggerà questo bloghetto qui in basso ogni tanto?

Penso anche agli agi. Tra tutti questi disagiati, ci sarà pure qualcuno tra gli agi in questa storia...

25 maggio 2010

Di dimore signorili, abituali ed eterne (qui non si parla di politica)

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi

E' noto ai più (forse) che alla residenza in un comune segue l'iscrizione alle liste elettorali in quel comune stesso, e che il seggio elettorale in cui si va a votare dipende dalla zona geografica del comune in cui si è residenti.

Questo fatto è molto noto quando ci si riferisce a macroaree come le regioni: si parla infatti di regioni rosse, bianche, ecc. sulla base della prevalenza di determinati risultati elettorali espressi dai residenti (e perciò votanti) di quelle regioni. Il fenomeno è invece un po' meno noto - ma non ignoto - a livello di microaree quali i singoli comuni.
Tutti comunque sanno che dove si è residenti, lì e solo lì si può votare.

E vediamo dunque dove vota l'italiano più noto nel mondo, se si eccettua (forse) Colombo (che comunque non vota, forse non era neanche italiano e non ha in questo post nessun rilievo).

Secondo questo articolo del quotidiano Il Tempo, nelle ultime elezioni il premier Silvio Berlusconi ha votato al suo "seggio storico": nella simpatetica cronaca del quotidiano romano egli "arriva a Milano in mattinata e va direttamente a votare nella scuola elementare, situata ad un centinaio di metri dalla casa in cui abitavano la mamma e la sorella".
Si tratta di "un quartiere della periferia meneghina (zona Lorenteggio), che il premier conosce molto bene" tant'è che "in passato, ogni volta che andava a votare in via Scrosati, era l'occasione per passare a salutare mamma Rosa".

L'Uff.A. nel leggere queste righe ha un balzo: ma come, se ci vota ci risiede, se ci risiede ha la dimora abituale. Ma non abitava ad Arcore (comune della Brianza in precedenza ignoto alle cronache)?

Non verrete a dirmi che neppure il presidente del Consiglio rispetta la legge (anagrafica)?
E che è iscritto come residente (e votante) a Milano, e non ad Arcore a Villa San Martino (dove peraltro sembra si sia preparata con l'aiuto dello scultore Cascella l'ultima perpetua dimora)?

Dalla cronaca del Tempo, pare proprio di sì.

Se l'Uff.A di Arcore non ha iscritto il suo "ospite" più illustre (della presenza del quale sarà ben difficile che non "sia venuto a conoscenza", per metterla come la mette l'articolo 5 della legge anagrafica), che farà mai nel suo piccolo comune il vostro povero Uff.A. qui in basso?

Come intimerà agli inadempienti di iscriversi nel luogo di dimora abituale, pena l'iscrizione d'ufficio? E soprattutto come farà a "venirne a conoscenza", dato che le notizie su di loro saranno infinitamente più scarse rispetto a quanto si sa del premier?

Forse si potrà sanare qualcosa col prossimo censimento della popolazione del 2011. Se (e - col poeta - sottolineo se) ci sarà un censimento...

Beato il Sindaco Ufficiale di anagrafe di Arcore, che per sistemare certe posizioni avrà a disposizione tempo, tanto tempo. Praticamente l'eternità.

P.S. Questo post viene pubblicato (dopo tanto tempo...) in coincidenza con la manovra anticrisi del governo. Assicuro i miei venticinque lettori che la coincidenza è del tutto casuale. Qui non si parla di politica. Forse neanche nella manovra.

4 aprile 2009

Dimora, dolce dimora (con digressione sull'innato spirito delle genti italiche)

Vediamo alcuni dei motivi che nella mia riflessione “indeboliscono” l'Uff.A e fanno sì che la sua azione sia meno efficace e (cosa molto più importante) rendono in parte inaffidabile l'anagrafe, vale a dire quel servizio statale che ha come scopo di “fotografare” il rapporto tra persona e territorio, con tutte le implicazioni connesse (statistiche, fiscali, di supporto alle scelte di politiche economiche e sociali, e così via).
Vi sono motivi oggettivi e soggettivi: trattiamo per ora alcuni dei primi.

Una oggettiva difficoltà è l'”oggetto” di cui tratta l'anagrafe, la sua “unità di misura” per così dire: cioè la residenza (simile discorso ma in misura minore si potrebbe fare per la “famiglia”).

L'anagrafe è una poderosa costruzione - che prevede rigorosi (non sempre) passi per iscrizioni, cancellazioni e variazioni - ma che poggia su esili fondamenta, vale a dire la residenza delle persone.

Vale a dire la loro “dimora abituale” (così il Codice civile all'articolo 43).

Vale a dire - come ha affermato la Cassazione – il luogo in cui “l'elemento soggettivo” della dimora (l'altro è quello oggettivo della stabile permanenza) è "rivelato dalle consuetudini di vita e dallo svolgimento delle normali relazioni sociali”.

O come traduco io allo sportello: il luogo dove “normalmente si abita” e che si indica con il nome di “casa” in espressioni come: “Stasera resto in casa a guardarmi la tivù” oppure “Mi avete rotto, adesso vado a casa”.


Digressione sull'abilità nelle cose del diritto innata nelle genti italiche:
Mi ha sempre meravigliato il fatto che persone di diversissime estrazioni (talvolta anche dei sindaci...) si presentino ogni tanto allo sportello per spiegare al povero Uff.A. che sono “residenti” da una parte ma “domiciliati” da un'altra o viceversa (la regola aurea è: dove conviene di più).
Mentre l'Uff.A è lì che quotidianamente si confronta e si scontra con i concetti e le definizioni del Codice civile, della legge e del regolamento anagrafico o della Cassazione, arrivano persone - la cui preparazione giuridica si è magari formata guardando “Forum” in TV - che con aria di sufficienza abilmente argomentano, arzigogolano, arringano, magistralmente destreggiandosi tra i concetti di residenza e domicilio (concetto quest'ultimo che per inciso, se si esclude il doloroso particolare caso delle "persone senza fissa dimora", non è di nessun interesse anagrafico!) concludendo invariabilmente a loro favore...



Tornando alla residenza: sembrerebbe semplice, ma così non è.
Succede più di frequente nei grandi comuni, ma sta iniziando anche nei piccoli come il mio: le “consuetudini di vita e le normali relazioni sociali” della Cassazione sono cambiate e spesso sfilacciate, così che non è sempre agevole giudicare ogni caso concreto.
In un mio recente scritto ho chiesto di aiutare gli Uff.A a definirla meglio. Ne riparleremo certamente.

Sottovalutato è inoltre - secondo me - il danno fatto da una apparentemente innocua “Norma e avvertenza” dell'Istat nel 1992. A commento dell'articolo 13 del Regolamento anagrafico l'Istat scrisse:
"Del resto, si deve considerare che il Codice civile, pur stabilendo l’obbligo della coabitazione dei coniugi, non esclude che essi possano risiedere in Comuni diversi. Si precisa, altresì, che le disposizioni di legge in materia anagrafica non prescrivono il consenso di un coniuge per l’iscrizione anagrafica dell’altro in un Comune diverso da quello dove egli risiede; di conseguenza la donna coniugata che, per qualsiasi motivo, abbia una dimora abituale diversa da quella del marito deve essere iscritta nel Comune d’effettiva residenza anche senza il consenso del coniuge (il grassetto è mio).

Penso sia così che una norma nata con tutt'altri scopi (forse l'inciso “per qualsiasi motivo” alludeva pudicamente al fenomeno delle separazioni di fatto?) ha fatto passare l'idea che i coniugi possono avere luoghi di residenza diversi “per qualsiasi motivo”, ovverosia ogniqualvolta sia conveniente (ai fini fiscali, al solito...), come ho trattato in un precedente post.

Continua... (ovviamente)