Roberto Saviano a Chetempochefa su RaiTre, mercoledì 25 marzo sul carabiniere ventenne che rimase "non per eroismo, ma perché così è".La trascrizione - imperfetta - è mia. Il video della trasmissione è disponibile qui
Don Peppe [Diana] è ritratto insieme a un carabiniere, Salvatore Nuvoletta [...].
E Salvatore fu ucciso, era un carabiniere di Casal di Principe, aveva 20 anni (20 anni!) e fu ucciso perché ci fu un arresto di un nipote di Francesco Schiavone “Sandokan” [...]. Ci fu un conflitto a fuoco, muore [il nipote] “Menelik” e il clan dei casalesi chiede la testa del carabiniere che aveva fatto quello che loro consideravano un agguato [...].
E la responsabilità va su Salvatore, un nome che non avete sicuramente – credo – purtroppo mai sentito.
E Salvatore lo viene a sapere che gli danno la colpa. Lui quel giorno non c'era: il giorno dell'arresto Salvatore era a riposo. Si è da poco arruolato. E Salvatore Nuvoletta sa e glielo dice alla madre, che infatti lo racconta al processo. Dice “Mamma, qua dicono che sono stato io ad avere ucciso “Menelik”, chissà cosa mi succede...”
E qui accade un gesto. Io non so se sarò mai capace di comunicarlo: accade qualcosa che succede spesso dalle mie parti, in moltissime persone: si innesca un eroismo inconsapevole.
Perché la madre gli dice “Salvato', vattene, lascia tutto per un bel po' e vai via”. E Salvatore, da ventenne che non ha alcuna ambizione di arrivare chissà dove, gli risponde “Mamma, ma come? me ne vado? Io sono un carabiniere...”. Cioè: sono un carabiniere, me ne vado? non posso andarmene...
E cosa succede? Mentre stava a Marano, la sua città d'origine [...] ammazzano Salvatore mentre disarmato aveva un bambino sulle ginocchia [...].
Sapete cosa significa non andare via sapendo che sei condannato? E non farlo "per eroismo", ma restare lì perché così è.
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